Il lavoro di Dosto & Yevski

Uno degli aspetti curiosi di Dosto & Yevski è il loro metodo di lavoro, metodo che lascia puntualmente sbigottito chi si trovi a lavorare con loro. Mentre difatti un musicista è abituato - vorremmo dire addestrato - a prendere un qualsiasi brano ed eseguirlo dall'inizio alla fine il più fedelmente, il più correttamente possibile, tutt'altro è il loro lavoro. Per Dosto & Yevski la musica è un mezzo, un giocattolo da scomporre e ricomporre nei modi più diversi e inaspettati. Non c'è mai la minima intenzione dissacratoria o irriverente nel loro operare, si tratta solo di giocare con questo meraviglioso giocattolo, col gusto di prendersi la massima libertà e lasciarsi guidare da associazioni di idee, strettamente musicali oppure di altro genere: il teatro, appunto.
Inizialmente D & Y , da bravi pupetti di conservatorio, eseguivano (si, un po' a modo loro, ma non più di tanto) delle musiche. Certo, la scelta del repertorio era piuttosto bizzarra, il fatto che uno strumento solitamente in ombra come il contrabbasso diventasse protagonista quanto il mobilissimo Pianoforte era inusuale, tuttavia in fondo il punto restava quello classico di qualsiasi musicista: prendere dei brani ed eseguirli.
Dopo qualche tempo che i due già si esibivano qua e là, si imbatterono in Pino Ferrara, loro primo regista.

Le prove

Gli spettacoli di Dosto & Yevski nascono in prova. D & Y non hanno mai lavorato su testi preesistenti, ciò che è la norma tanto per "musicanti" quanto per "teatranti".
Il sunnominato Pino Ferrara vide una volta quel che i due sapevano fare, li osservò con attenzione, si divertì, quindi decise di prender parte al gioco fra folle e assurdo dei due. Così innumerevoli volte è capitato che improvvisamente Pino dicesse all'uno o all'altro: "Perfetto! Rifai esattamente quello che hai fatto!" e l'interpellato non avesse la più pallida idea di quale fosse questa cosa perfetta, e si chiedesse se Pino fosse matto, avesse le traveggole o che altro… Si trattava di gesti, tic, atteggiamenti, o magari errori, suoni fatti per sbaglio, o per scherzo. Osservare gli atti involontari, quel comicissimo repertorio di stramberie che i musicisti a loro insaputa mettono in scena, o quel che i musicisti fanno "dietro le quinte", è stata la base di questo lavoro.

Come dicevamo, i "nostri" cominciarono a fare anche con Pino quel che erano abituati a fare: confezionavano dei compitini musicali magari anche divertenti, o funzionanti, glieli facevano sentire e lui, per la loro disperazione, li smontava da cima a fondo! Perché loro lavoravano soprattutto da musicisti, mentre lui nella musica cercava Spettacolo! Teatro! Poco importava che facessero sentire dei brani musicali anche se belli, o magari costruiti in maniera arguta. Ci voleva qualcosa di più!
Il "dipiù" è venuto un po' per volta.
Così succedeva puntualmente che Pino chiedesse ai due - smarriti - cose assai strane: guardandoli e ascoltandoli, gli venivano in mente situazioni, atmosfere, gag; e allora, nel bel mezzo di un brano diceva di fermarsi, ché gli serviva… gli serviva… capire cosa gli serviva era (anche per lui!) il problema: una sospensione, o un suono che gli ricordasse il traffico di una città, o la sirena di una nave, o il suono insistente del campanello di un passaggio a livello seguito dallo sferragliare di un treno, o qualcosa che lo facesse pensare all'America, o ai gangster, o al deserto… La sua implacabile fantasia costringeva i poveretti a cercare, con nient'altro che due tradizionali, semplici strumenti musicali, suoni, atmosfere, effetti da rumoristi. In questo modo i brani musicali venivano smembrati, smontati, scomposti, per poi essere "ricomposti" in base a una logica del tutto diversa e sempre rigorosissima (ché quando Pino chiedeva qualcosa non c'era scampo: bisognava trovare il modo di realizzarlo, se no non si andava avanti); in questo modo la musica diventava una specie di strumento. Un giocattolo, appunto.

Oltre a tic, atti involontari o altre bizzarrie del genere, il gioco era anche sui vari cliché del musicista: il grande concertista afflitto da una serietà, da un senso spropositato della propria importanza (le Sacre Mani del Pianista); il narcisismo, il desiderio di essere primedonne, le gelosie, le invidie, i dispettucci; ma poi, in fondo, anche il piacere dell'affiatamento, di quell'intesa grazie alla quale alla fine si riesce a mettere insieme una cosa bella. Oppure un altro registro era il gusto dell'assurdo: due tizi in frac che fanno un rap, oppure ballano coi loro strumenti, o - insieme a Donna Olimpia * - diventano una specie di giostra…

Morale della favola

L'incontro fra D & Y e Pino Ferrara è stato fecondo perché i due hanno unito il loro "specifico" musicale e la loro comicità - inizialmente istintiva - alla competenza teatrale di Pino, con il suo fiuto per la misteriosa alchimia dei tempi comici. Così, "nel corso del tempo", Pino Ferrara ha insegnato, ha dato a D & Y quel mestiere del teatro che inizialmente era solo in embrione, mentre ora il gioco continua con il nuovo regista: Roberto Gandini.

* …a proposito: last but not least, in questo strambo ensemble Donna Olimpia (detta anche Donna Papera, per via delle squisite torte con cui allieta le prove) s'è perfettamente inserita con la sua brillante vocalità, con gusto, versatilità e grande disponibilità.